UNA PROPOSTA PER UN 'ALTERNATIVA

ALLA CARCERAZIONE ORDINARIA

 

Un identikit dei detenuti che abitano le nostre carceri e per quali motivi delinquono.(dati tratti dal sito web del Ministero di Giustizia, dal rapporto Istat 2014- e rapporto DAP 2014 )

Copy rights Dr. Maurizio Mori

 

La maggior parte, quasi il 30%, ha commesso reati contro il patrimonio: furti, rapine, truffe ed episodi di riciclaggio, ricettazione, estorsione e usura.

Al secondo posto i reati riguardanti la violazione della legge sulle armi (16,8%). Al terzo (15%) la violazione delle leggi sugli stupefacenti e i reati contro la persona, dall’omicidio alle lesioni, fino ai casi di omissione di soccorso, ingiuria e diffamazione.

Più in fondo alla classifica, trovano posto i reati contro la fede pubblica (4,1%), contro la pubblica amministrazione (3,4), associazione mafiosa (2,7%). In totale, dal 2006 al 2014, i reati commessi da chi è finito dietro le sbarre sono stati 1.127.316.

Quindi presentiamo un identikit (2014) che dimostra che in carcere vanno per la maggioranza persone di scarsa pericolosità sociale, e che spesso commettono reati in quanto anche portatori di forti necessità o di devianze nate dal disagio sociale.

Dato confermato anche dalla nota sull'indagine del 2017 sullo stato delle carceri italiane dell'Assoc. Antigone:

Il 2017 è stato un anno che ha visto una crescita nel ricorso al carcere dopo alcuni anni in cui si era assistito ad una contrazione dei numeri e del suo utilizzo. In 12 mesi i detenuti presenti sono circa 3.000 in più rispetto a quelli che si registravano alla fine del 2016. Il tasso di affollamento ha raggiunto il 115%, mentre solo un anno fa era di poco superiore al 108%.

In aumento è anche il numero di coloro che si trovano in carcere in custodia cautelare, che attualmente sono circa il 35%. Una percentuale che – rimarca la nota - si alza nel caso degli stranieri. Tra questi ad essere detenuti senza condanna definitiva sono il 41%. Al 31 dicembre 2016 invece il tasso di detenuti in custodia cautelare era del 34,7% (gli stranieri in custodia cautelare erano il 41,7%). Numeri molto al di sopra della media europea del 22%.
A fronte dell'incremento della percentuale di affollamento e di quella relativa alla custodia cautelare, che interessa in misura ancor maggiore gli stranieri, la percentuale di detenuti non italiani è praticamente stabile, aggirandosi attorno al 34,2%, mentre era del 34% a fine 2016. In entrambi i casi molto al di sotto di quella che si registrava nel 2009 quando questi rappresentavano il 37% del totale dei reclusi.

A crescere segnala ancora Antigone è anche il numero delle madri detenute con i loro figli. Una situazione per la quale, nonostante la casa protetta inaugurata a Roma, non si riesce a trovare una soluzione definitiva anche a fronte di numeri contenuti. Un anno fa (2016) le madri erano 34 con i loro 37 bambini, oggi (2017) sono 50 con 58 figli.

Altri dati da sottolineare, continua la nota «sono quelli che arrivano dalle visite effettuate dal nostro osservatorio in 78 carceri italiane dalle quale emerge che in 7 di esse (9%) c'erano celle senza riscaldamento, in 36 (46%) senza acqua calda, in 4 (5%) il wc non è in un ambiente separato, in 31 (40%) l'istituto non ha un direttore tutto suo in 37 (47%) non ci sono corsi di formazione professionale e che in 4 (5%) non è garantito il limite minimo di 3mq a detenuto».

Sono dunque persone per la grande maggioranza in difficoltà, che non necessitano di una lunga permanenza carceraria ai fini della sicurezza sociale; anzi, una lunga detenzione rischia di deteriorare le parti personali positive e instaurare una mentalità lontana dalle normali sollecitazioni della vita di relazione.

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per mezzo della Raccomandazione (92) 16, rifacendosi al termine anglosassone “community sanction”, fornisce la seguente definizione di misura/sanzione alternativa o di comunità: sanzioni e misure che mantengono il condannato nella comunità ed implicano una certa restrizione della sua libertà attraverso l’imposizione di condizioni e/o obblighi e che sono eseguite dagli organi previsti dalle norme in vigore.

Tale nozione designa le sanzioni decise da un tribunale o da un giudice e le misure adottate prima della decisione che impone la sanzione o al posto di tale decisione, nonché quelle consistenti in una modalità di esecuzione di una pena detentiva al di fuori di uno stabilimento penitenziario. Tutte le amministrazioni occidentali, compresa quella italiana, incaricate di tale parte dell’esecuzione penale condividono tale definizione.

Le misure alternative alla detenzione o di comunità, consistono nel seguire un determinato comportamento, definito possibilmente d’intesa fra il condannato e l’ufficio di esecuzione penale esterna che lo abbia preso in carico; il contenuto del comportamento da assumere è ciò che viene normalmente indicato come un “programma di trattamento”, espressione applicabile anche ai condannati posti in misura alternativa o di comunità.

In Italia le misure alternative alla detenzione o di comunità vengono introdotte dalla legge 26 luglio 1975, n. 354. La competenza a decidere sulla concessione delle stesse è affidata al Tribunale di sorveglianza.

Gli Uffici di esecuzione penale esterna sono strutture che provvedono all’esecuzione delle misure alternative o di comunità e che, a tal fine, collaborano con gli enti locali, le associazioni, le cooperative sociali e le altre agenzie private e pubbliche presenti nel territorio per l’azione di inclusione sociale e con le forze di polizia per l’azione di controllo e contrasto della criminalità.

Quanto ai tratti propri dell’attività degli uffici, i principali campi di azione si esplicano in tre aree di intervento:

  • attività di indagine, consulenza alla Magistratura di Sorveglianza sulla situazione familiare, sociale e lavorativa, prognosi di reinserimento dei richiedenti una misura alternativa;
  • collaborazione alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti;
  • attività di aiuto e controllo delle persone sottoposte a misura alternativa o di comunità, alla libertà vigilata ed alle sanzioni sostitutive.

Presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – Ministero della giustizia è istituita la Direzione generale dell'esecuzione penale esterna che svolge compiti di indirizzo e coordinamento dell’area penale esterna che è in parte la seguente                   

  • Affidamento in prova al servizio sociale.
  • Espulsione alternativa alla detenzione.
  • Affidamento in prova al servizio sociale per condannati militari.
  • Liberazione condizionale.
  • Affidamento per tossicodipendenti.
  • Lavoro di pubblica utilità.
  • Detenzione domiciliare.
  • Misure per soggetti affetti da gravi malattie.
  • Detenzione domiciliare speciale.
  • Semilibertà.
  • Detenzione domiciliare pene fino a diciotto mesi.

 

LA PROPOSTA

 

Precisati questi brevi assunti normativi. interpretativi e procedurali sulle misure alternative al carcere e in particolare sulla detenzione domiciliare e sugli arresti domiciliari,  a nostro avviso la risposta che un intervento privato può dare concretamente alla soluzione di queste e altre difficili problematiche che investono l’intero sistema carcerario italiano sono sostanzialmente di tre tipi:

a)      Risposta in termini di allocazioni alternative al carcere,  di tipo residenziale.

b)     Risposta in termini di risparmio di risorse economiche, tecnologiche e umane rispetto alla attuale spesa giornaliera sostenuta dallo Stato per ogni carcerato.

c)     Risposta in termini di percorsi personalizzati non solo per la  socializzazione, rieducazione e reintegrazione sociale del carcerato, ma anche per la riabilitazione socio sanitaria e psico fisica di tipo extraospedaliero dei ristretti che necessitano di progetti personali per il recupero della loro salute fisica e psichica.

Si tratta dunque di fornire delle soluzioni alternative al carcere che siano pratiche, percorribili e previste dalla vigente normativa, in attesa di più efficaci leggi in materia, soluzioni che permettano non solo una rapida riduzione concreta del numero di ristretti presenti nell’intera rete nazionale degli istituti di pena, divenuto da tempo insostenibile,  ma che contemporaneamente permetta anche l’applicazione di un nuovo paradigma di integrazione sociale, di recupero alla piena fruibilità di tutti i diritti di cittadinanza dei carcerati fino a fine pena e alla contemporanea erogazione di percorsi di diagnosi e cura per tutti coloro che necessitano di assistenza, cura, diagnosi e protezione sanitaria a causa delle loro precarie condizioni di salute.

Le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale che siano autorizzate nelle forme previste dalla legge a poter usufruire di misure alternative alla detenzione in carcere, non possono più essere inserite,  come spesso accade oggi, in strutture socio educative, assistenziali per anziani o per disabili, che sono strutture orientate ed istituite per tutt’altro genere di servizi e per differenti tipi di utenti.

La strada per tentare di uscirne rapidamente deve poter prevedere l’intervento di privati che investano nella realizzazione e nella gestione di strutture residenziali organizzate e dedicate a questo speciale tipo di utenza, privati accreditati dallo Stato che si affianchino alla rete pubblica carceraria, concordando con gli attori che ne regolano e sorvegliano l’applicazione delle attività di restrizione della libertà personale in termini di una profonda integrazione territoriale che abbia come centralità etica e obiettivo programmatico condiviso il capovolgimento netto della attuale gravissima situazione nazionale.

I servizi che verrebbero erogati in queste strutture sarebbero sostanzialmente circoscritti ai seguenti elementi di base:

  1. Utilizzo di  strutture aventi la destinazione immobiliare e urbanistica socio assistenziale nel rispetto dei requisiti previsti per le strutture residenziali dalla legge nazionale e da quelle regionali.
  2. Continuità senza interruzioni e con le risorse già allocate della progettazione socio-riabilitativa e rieducativa  individuale in corso per ogni persona che sia trasferita dal carcere alla residenzialità in queste strutture esterne, che non potrebbero contenere più di 20 posti letto su allocazioni condivise fra l’Autorità carceraria inviante, l’autorità di coordinamento carcerario territoriale, l’autorità sanitaria competente, l’autorità di sorveglianza, la famiglia (ove esista), il difensore abilitato e il ristretto stesso.
  3. Erogazione dei servizi alberghieri, esattamente  come in qualsiasi struttura residenziale di tipo assistenziale.
  4. Erogazione dei servizi assistenziali e di supporto educativo e psicologico, qualora richiesti dal progetto individuale, utilizzando le risorse stabilite dalla legge per ognuno degli interventi necessari.
  5. Erogazione (ove prevista dal piano individuale) dell’assistenza sanitaria in residenza, utilizzando le risorse stabilite dalla legge per ognuno degli interventi necessari.

L’intervento dei privati a fianco dell’Amministrazione pubblica per tentare di risolvere almeno in parte questo immenso  problema, non si esaurisce soltanto negli investimenti per la realizzazione di strutture adatte a residenziare persone detenute in regime ordinario, ma aventi diritto a misure alternative di detenzione, che il Tribunale o il Giudice di Sorveglianza potrebbero concedere a specifiche categorie di detenuti, ma completa la gamma dell’offerta di servizi attraverso la gestione privata della residenzialità alternativa di questi detenuti effettuata da parte di Società, Cooperative e Associazioni specializzate, qualificate e accreditabili presso il sistema di assistenza sociale e socio sanitario, applicando le normative già vigenti attualmente sul territorio.

L’obiettivo principale della presente proposta è triplice:

a)       Da un primo lato concorrere alla riduzione dei costi di investimenti pubblici in strutture extracarcerarie dove accogliere i detenuti aventi diritto a misure alternative al carcere medesimo: questi costi sarebbero totalmente assunti da privati senza alcuna rivalsa sullo Stato a tale titolo.

b)      Da un secondo lato concorrere alla riduzione della spesa relativa alla gestione quotidiana dei detenuti ordinari, razionalizzando la erogazione dei servizi alberghieri ottenendo un significativo risparmio sui costi in scala, consentendo nello stesso tempo una differenziazione degli interventi da parte dei soggetti chiamati a concorrere al sostegno di tali costi. L’amministrazione Carceraria dello Stato potrebbe risparmiare fra il 30 e il 50% del costo della attuale retta diaria sostenuta per ogni carcerato e le famiglie dei carcerati potrebbero essere chiamate a concorrere volontariamente ad una migliore allocazione alberghiera del proprio congiunto ristretto, che avendone diritto ne faccia richiesta al giudice di Sorveglianza.

c)       Da un terzo lato, senza dubbio il più importante di tutti, l’allocazione alberghiera esterna al carcere non interferisce affatto con la continuità della costruzione di percorsi di rieducazione e di reinserimento sociale personalizzati e già avviati in carcere per i  detenuti residenziati in queste strutture, riequilibrando sostanzialmente la qualità della loro vita attraverso una migliore vivibilità alberghiera e riattivando il loro potenziale di fiducia sociale e di recupero dei valori umani, senza i quali nessuna rieducazione o reinserimento sociale saranno mai possibili.

Il progetto di realizzazione di Strutture residenziali multifunzionali da utilizzarsi per detenuti che abbiano ottenuto la concessione di poter fruire di misure alternative al carcere ordinario,  nelle forme contenute nel presente Documento, rappresenta una risposta concreta alla domanda di miglioramento dei servizi carcerari  del territorio, generando i presupposti di base per il successo dell’iniziativa, non solo sotto l’aspetto fondante del recupero di una reale percorribilità rieducativa e riabilitativa dei detenuti e della qualità della vita dei ristretti durante la detenzione, ma anche sotto l’aspetto dei benefici che ne deriverebbero alla stessa Amministrazione carceraria sotto il profilo del recupero della efficienza del servizio sia per il riequilibrio che si verificherebbe fra la dotazione di personale e il numero di carcerati presenti, che per la riduzione dei costi carcerari derivanti dalla concessione di misure alternative al carcere ordinario fruibili a costi minori presso strutture extracarcerarie private specializzate e convenzionate.

Nel caso di detenuti ordinari che abbiano diritto a misure alternative al carcere:

Il reinserimento di soggetti provenienti da esperienze detentive ordinarie o comunque esclusi dal contesto sociale perché comunque al di fuori della legalità, deve essere legato ad un modello multidimensionale e multidisciplinare che affronti il problema del reinserimento e della rieducazione da più prospettive ed in modo sincronico.  La residenzialità deve essere improntata il più possibile al modello familiare con spazi personalizzati e possibilità di interventi di vita comune con altre persone. L’interazione con la Società e il territorio deve essere garantita per tutto l’intervento progettuale, creando opportunità di inserimento culturale, lavorativo e produttivo. L’intervento progettuale deve poggiare sulla necessità di colmare la perdita di competenze informative, relazionali e  sociali dell’individuo, dovute in parte all’esperienza detentiva, attraverso un  percorso di recupero di un “capitale sociale” personale da ricostruire individuando un progetto individuale personalizzato, che sia espressione di un comune lavoro multidisciplinare di operatori addetti ai lavori, ricostruendo attorno all’individuo e alla sua identità i legami e le possibilità interpersonali che possano facilitare la restituzione di normali canali di comunicazione e di contatto con la realtà, la cui visione e comprensione può essere così ricostruita su nuove basi accettate e condivise .

Nel caso di persone provenienti da ex OPG ,

nel prendere in carico persone con differenti gradi di patologia psichiatrica, si potrebbe valorizzare una scala di bisogni individuali che determini, su basi scientifiche, quali persone debbano essere prese in carico dalle strutture sanitarie (pubbliche o private) con percorsi di diagnosi e cure di tipo ospedaliero e quali invece, per le loro migliori condizioni psicofisiche e psichiatriche (che risultino essere ormai stabilizzati o a minor livelli di reattività), siano invece adatti ad essere prese in carico da strutture socio sanitarie atte a garantire il percorso individuale socio sanitario, rieducativo e riabilitativo loro riservato. Diversificando in questo modo una scala di bisogni di assistenza multidisciplinare che corrisponda alle migliori condizioni di recupero della persona umana sottoposta a misure restrittive della propria libertà individuale, attraverso percorsi multi differenziati ai quali partecipino, oltre all’interessato e i propri familiari, anche tutte le espressioni della Società civile, assieme alle istituzioni territoriali demandate alla garanzia della sicurezza, della salute, del bene sociale e del lavoro per ogni persona che si trovi ad essere sotto la loro giurisdizione durante una parte così dolorosa della vita dell’utente, restituendo pieno valore ai contenuti del  progetto che diede luogo alla legge “Basaglia”, adattandoli alle dimensioni di una attualità del fenomeno allora non prevedibile.

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Nel settembre 2014 è stato pubblicato, su questo argomento, il volume intitolato

IL CARCERE COME ULTIMO MANICOMIO

Autore dott. Maurizio Mori

Presentazione del Prof. Alessandro Meluzzi

Edizioni Politeia Srl - le Marmotte (TO)

ai tipi di: Grafica Service Snc - Moncalieri (TO)

 

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